Il dovere di chiedere scusa, senza averne il diritto

Alcuni mesi fa, nel cortile del Palazzo della Sapienza dell’Università di Pisa, si è svolta la Cerimonia del Ricordo e delle Scuse, un “solenne appuntamento volto a offrire un risarcimento morale a tutti coloro che, studenti e docenti, ebbero a patire discriminazioni ed esclusioni per il solo fatto di essere ebrei“.

A pochi giorni dal Giorno della Memoria mi onoro di riportare su questo blog il link allo splendido intervento del Rettore dell’Università di Pisa Paolo Mancarella di cui, invitando a leggere il testo intero, riporto qui alcuni dei più significativi passaggi.

Ci sono giorni in cui è bene che il presente incontri il passato, oggi abbiamo voluto che fosse uno di questi. Qui, molti anni fa, sono avvenute cose che non sarebbero mai dovute accadere. E noi vogliamo ricordarlo. Ci sono vite che, a partire da questo luogo, sono state sospese, stravolte, distrutte. Diremo di loro e di quel che accadde. Anche altrove, anche ad altri, anche prima, anche dopo, con la speranza che questo non succeda mai più. […]

La politica antiebraica perseguita dal fascismo nella scuola e nell’università risultò persino più drastica delle misure adottate dalla Germania hitleriana e dal governo della Francia di Vichy. Quel decreto fu applicato, senza eccezioni, dai rettori di tutti gli atenei italiani: i rettori obbedirono. Il bilancio per l’intero sistema universitario porta il risultato finale di 448 docenti ebrei allontanati dalle università e di 727 studiosi espulsi da accademie, istituti di ricerca, istituzioni culturali. […]

Nell’elevare il ricordo in atto di riparazione, l’ateneo di Pisa fa proprie oggi – 20 settembre 2018 – le parole scritte nel 1938, dopo l’espulsione, da Naftoli Emdin, ai propri figli Ruben e Rafael, anch’essi espulsi dal liceo: «Ragazzi miei, scrivo per voi perché comprendo come nei vostri cervelli ancora giovani e freschi, e non abituati a una visione più vasta e più calma delle cose umane, gli avvenimenti di questi ultimi giorni abbiano potuto produrre un certo smarrimento (…). Non vorrei che (…) questa angoscia lasciasse in voi quel senso d’inferiorità (…) che potrebbe pregiudicare la regolarità e la dirittura del vostro cammino su quella via della vita che per noi è stata sempre difficile (…). Solo levando alta nei nostri cuori la fiamma della dignità, solo guardando diritto negli occhi chi cerca di vilipenderci potremo infondere negli altri il rispetto verso di noi stessi (…)». […]

La parola scuse che abbiamo dovuto usare solo per far comprendere la nostra intenzione, è eloquente ma, al contempo, inappropriata e inadeguata. Infatti, che cosa dà a noi, a me, il diritto di pronunciare oggi parole così nette e risolute, com’è necessario a un proposito di risarcimento morale e civile? Niente e nessuno. Quel che penso è che noi, oggi, sentiamo il dovere di farlo pur senza averne il diritto. Il tempo, lunghissimo, trascorso ci dà un vantaggio, non un diritto. Non hanno più presa su di noi oggi le ragioni – di Stato, di corporazione, di carriera, di quieto vivere, di indulgenza reciproca – che al momento della Liberazione impedirono di unire alla reintegrazione di docenti e studiosi cacciati ignobilmente dalle università italiane, anche il riconoscimento aperto della folle iniquità che li aveva offesi. Troppo facile quindi chiedere scusa. Ma noi oggi dobbiamo avere la forza di non obbedire mai, di non obnubilare mai la mente per cedere a nuove inique ragioni – di Stato, di corporazione, di carriera, di quieto vivere, di indulgenza reciproca“. […]

Un riconoscimento in realtà ci fu, il più solenne, e fu la Costituzione. Lì si impiegò la parola “razza” – e questo è un pregio della Carta italiana – solo come citazione, con la volontà di non pronunciarla più: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. […]

Ma appunto, caricarci noi oggi, qui, del rossore allora mancato non può bastare. In realtà non è che una parte del tutto, la più manifesta. Non posso evitare l’interrogativo che è in ciascuno che ripercorra la vicenda del razzismo italiano. L’interrogativo che è, lasciatemi facilmente immaginare, in ciascuno di noi convenuti: “Che cosa avrei fatto io allora? Avrei obbedito?”. Interrogativo senza risposta. Interrogativo utile, non solo a evitare ipocrisia e codarda prevaricazione, ma a riproporsi oggi con la sola variazione del tempo del verbo: “Che cosa farei io in una circostanza simile? Obbedirei?” […]

Nel luglio scorso ho letto una frase di un blogger serbo-bosniaco che pure riguardava un anniversario, quello del massacro di Srebrenica, altro orrendo esempio dell’odio per i diversi da sé – perché di questo stiamo parlando, ricordiamocelo bene. Dice: “La malvagità non ha bisogno di gente malvagia, ma di persone obbedienti”. Mi ha subito evocato un’altra frase di un uomo a cui la mia formazione deve molto, un italiano – ebreo, peraltro – poi prete e priore a Barbiana: “L’obbedienza non è più una virtù”, ricordate?

2 pensieri riguardo “Il dovere di chiedere scusa, senza averne il diritto

  • gennaio 31, 2019 in 9:21 pm
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    L’università ha obbedito, praticamente tutta, sin dal giuramento all’Italia fascista, troppo pochi seppur splendidi, coloro che non firmarono.

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  • febbraio 2, 2019 in 11:26 am
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    Leggendo di questa giusta iniziativa del Rettore dell’Università di Pisa ed in particolare il suo riferimento a Don Lorenzo Milani, ultimo tra gli ultimi e mai completamente riabilitato, mi viene in mente un’altra Università ed un altro sacerdote di allora…
    Chissà se è davvero un falso che Padre Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, fosse tra i firmatari del Manifesto della razza. Se venisse definitivamente smentito da fonti autorevoli e ufficiali sarebbe un sollievo, credo, per tutti.
    Ma se non fosse un falso e avesse davvero firmato…

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