Politiche ministeriali e assegnazione RTDb

Da molti anni ormai è presente e attiva all’interno del MIUR, dell’ANVUR, di parte della CRUI e, soprattutto, di quella piccola parte del sistema politico che si occupa di università e ricerca, una tendenza a trasformare profondamente il sistema universitario nazionale, concentrando le risorse su pochi Atenei e riducendo a semplici teaching university tutte le altre.

Gli strumenti principali di questa trasformazione sono stati all’inizio l’introduzione del sistema premiale di assegnazione del FFO e il principio del Costo Standard per studente, che hanno consentito in maniera continua e progressiva di spostare verso un ristretto gruppo di Atenei importanti somme sottratte agli altri. Tale sistema, inizialmente molto efficace, si è dimostrato alla lunga inadeguato per il raggiungimento del fine desiderato, grazie alle capacità di reazione degli Atenei penalizzati da quelle regole. Tali Atenei, infatti, hanno rapidamente adeguato le proprie politiche e, attraverso una maggiore attenzione ai meccanismi delle VQR ed il mantenimento di un elevato livello di immatricolazioni, hanno pressocchè arginato la fuga di risorse, sebbene collocandosi ad un livello molto più basso rispetto ad un decennio fa. Non volendosi abbandonare quel modello di sistema universitario a due velocità, si è quindi cambiata strategia, affidando ad interventi estemporanei, ma economicamente significativi, il compito di approfondire il solco tra gli Atenei italiani. In questa categoria rientra, ad esempio, il finanziamento dei Dipartimenti di eccellenza, un fiume di denaro (circa 270 MLN € l’anno per 5 anni) distribuito in maniera estremamente iniqua (a Bologna 14 dipartimenti finanziati, a Padova 13, a Firenze 9, a Napoli 5, a Palermo 1), che non trova alcuna ragion d’essere in una corrispondente differenza nella capacità di ricerca e negli stessi risultati della VQR (si consideri, ad esempio, che il risultato VQR di UNIBO è solo di 2,2 volte superiore a quello di Palermo, quello di UNIPD solo di 1,75 volte, quello di UNIFI di 1,27 volte, quello di UNINA di 1,65 volte, a fronte di finanziamenti sui Dipartimenti di eccellenza da 14 a 5 volte superiori per questi Atenei rispetto ad UNIPA).

Purtroppo le voci critiche che si sono levate rispetto a tale meccanismo sono state troppo flebili e poco efficaci, come se la rassegnazione a questo sistema fosse l’unica via percorribile. Adesso, con il finanziamento dei 1.300 posti di RTDb previsti dalla Legge Finanziaria 2018 (per un impegno a regime di 76,5 MLN € l’anno), quel percorso trova conferma e nuovo impulso, con una distribuzione ancora una volta estremamente iniqua che peraltro, ancora una volta, si fonda sul perverso sistema dei Dipartimenti di Eccellenza. In questa nuova distribuzione l’Ateneo di Palermo riceve solo l’1,61% delle risorse, mentre gli stessi Atenei super-premiati da quelli che qualcuno ha chiamato i ludi dipartimentali hanno ancora una volta fatto la parte del leone.

Se si vuole finalmente intervenire per contrastare efficacemente questo processo di lento strozzamento degli Atenei non ammessi al ristretto empireo degli eccellenti è necessario approfondire l’analisi dei processi e capire per quale ragione una precisa e coerente linea politica di trasformazione del sistema universitario nazionale non trovi (quasi) mai esplicita definizione e formale consacrazione. La motivazione principale va cercata nelle pesanti ricadute di tale indirizzo su una delle più complesse sfide che la Repubblica Italiana si trovi da sempre ad affrontare, la questione meridionale. Non casualmente, infatti, gli Atenei che oggi mostrano le migliori performance sono collocati in una ristretta parte dell’Italia Settentrionale e Centrale, con la quasi totale esclusione del Sud. Accettare quel sistema significa quindi sancire definitivamente l’abbandono di qualsivoglia tentativo di far riprendere l’economia del Sud, condannando una parte cospicua del Paese ad un futuro di sotto-sviluppo e quindi, necessariamente, di politiche assistenziali.

Poiché nessuna forza politica (ormai neppure la Lega) ha il coraggio di affermare che questa sia la linea politica perseguita, il processo va avanti in maniera quasi sotterranea, con interventi decisi che però, in qualche occasione, vengono contraddetti da scelte di diversa natura (ad esempio, la recente introduzione nel sistema premiale della cosiddetta autonomia responsabile, che, basata su un sistema che premia i miglioramenti, ha favorito gli Atenei che maggiormente faticano ad ottenere risultati positivi nelle classifiche stilate in termini “assoluti”). L’unica possibilità che rimane quindi agli Atenei che maggiormente vengono penalizzati da questa linea politica è quella di alzare la voce contro questo sistema e svelarne il chiaro orientamento e, soprattutto, le rilevanti ricadute che vanno ben oltre la questione universitaria (in termini di necessaria emigrazione intellettuale dei giovani fin dal tempo degli studi, di prospettive di sviluppo, di rimodulazione del tessuto sociale e culturale).

Accanto a questo livello politico-culturale, credo si debba anche perseguire una via giudiziaria, resa possibile dall’arroganza di un sistema che, forte della passiva acquiescenza di molti Atenei, tende spesso a violare le norme più basilari del nostro sistema legislativo.

Nel caso specifico del finanziamento dei Ricercatori a Tempo Determinato di tipo B, in particolare, la Legge Finanziaria 2018 prevedeva che L’assegnazione dei fondi è effettuata con decreto del MIUR con gli obiettivi, di pari importanza, di riequilibrare la presenza di giovani ricercatorinei vari territori, nonché di valorizzare la qualità dei livelli di ricerca delle diverse aree disciplinari e di individuare specifiche aree strategiche della ricerca scientifica e tecnologica. Ai fini del riparto dei fondi alle singole istituzioni si fa riferimento, in relazione all’obiettivo del riequilibrio della presenza di giovani ricercatori nei vari territori, al numero dei ricercatori in servizio rispetto al numero delle altre figure del personale docente e ricercatore e, in relazione all’obiettivo del sostegno ai livelli di maggiore qualità della ricerca ai risultati della valutazione della qualità della ricerca (VQR).

A fronte di tale indicazione, il Decreto Ministeriale del 28 febbraio 2018 prevede che le risorse siano assegnate come segue (il corsivo fa riferimento al testo del Comunicato stampa del MIUR):

  1. una quota fissa fra 2 e 10 ricercatori sarà assicurata a ciascun Ateneo sulla base delle sue dimensioni;
  2. una ulteriore quota di 2 ricercatori sarà attribuita a ciascuno dei 172 dipartimenti che hanno partecipato alla selezione per i dipartimenti di eccellenza 2018-2022 ma che non sono risultati fra i 180 beneficiari del Fondo messo a bando;
  3. 327 posti saranno ripartiti sulla base della valutazione della qualità della ricerca (VQR 2011-2014);
  4. 326 posti, infine, saranno distribuiti in modo da riequilibrare la presenza di ricercatori tra gli Atenei considerando sia la quantità di ricercatori già in servizio, sia la loro percentuale rispetto al resto della docenza.

I criteri utilizzati mostrano diverse contraddizioni sostanziali e formali rispetto alle pur generiche indicazioni della Legge Finanziaria. In particolare, i punti più critici sono il secondo ed il quarto.

Con riferimento al secondo punto, infatti, si deve notare che la Legge finanziaria faceva riferimento all’obiettivo di individuare specifiche aree strategiche della ricerca scientifica e tecnologica. Con notevole fantasia interpretativa, tale obiettivo è stato tradotto nel finanziamento dei 172 Dipartimenti che, ammessi alla prima fase della competizione per i Dipartimenti di Eccellenza, non sono poi stati finanziati. Tale scelta è assolutamente incomprensibile in quanto i criteri per la scelta dei Dipartimenti di Eccellenza prescindevano completamente dall’individuazione di specifiche aree strategiche della ricerca, dal momento che le risorse erano state prioritariamente ed equamente suddivise tra le aree. Sebbene inoltre l’individuazione dei dipartimenti fosse basata su criteri basati sui risultati della VQR (cui fa riferimento la Legge Finanziaria), le modalità con cui tali risultati sono stati rielaborati per pervenire alla graduatoria dei Dipartimenti e, ancora di più, il criterio utilizzato nel DM di assegnazione dei posti di RTDb, portano ad un risultato del tutto incongruente rispetto all’effettivo risultato della valutazione VQR. E’ sufficiente, per dimostrare ciò, evidenziare che un Ateneo come UNIPA, che nella VQR ha ottenuto un risultato pari al 2,73% di quello nazionale, in questa assegnazione riceve 0 (zero!) posti, a fronte dei 12 di Perugia (VQR pari al 2,01% di quella nazionale), dei 16 di Pisa (VQR pari al 2,77% di quella nazionale), dei 12 di Ferrara (VQR pari al 1,38% di quella nazionale), per citare solo alcuni dei casi più eclatanti di una disparità di trattamento incomprensibile ed inaccettabile. Pertanto, il criterio utilizzato per la distribuzione dei 344 posti di cui al secondo punto non trova alcuna corrispondenza in quanto previsto nella Legge Finanziaria e va considerato del tutto arbitrario ed illegittimo.

Per quanto riguarda invece il quarto punto, la Finanziaria prevedeva che si perseguisse l’obiettivo di riequilibrare la presenza di giovani ricercatori nei vari territori e che, a tal fine, si tenesse conto del rapporto tra il numero dei ricercatori in servizio rispetto al numero delle altre figure del personale docente e ricercatore. Nel Decreto applicativo tale rapporto è stato utilizzato in maniera molto sfumata e tale da appiattire le effettive differenze, definendo un coefficiente moltiplicativo variabile tra 1 e 1,5 a fronte di oscillazioni del rapporto variabili tra 2 e 14. Per dare un’idea di quanto poco si sia tenuto conto delle differenze tra gli Atenei, basta citare che per Atenei come Bologna e Firenze, in cui il rapporto tra gli RTDb ed i professori e ricercatori a tempo indeterminato è pari al 5,7% e al 6%, si è utilizzato un coefficiente pari a 1,3, mentre per Palermo, in cui il rapporto è di poco superiore alla metà di quelli (il 3,3%), il coefficiente applicato è stato solo di 1,4. In questo modo, quindi, il parametro espressamente indicato nella Legge Finanziaria, pur formalmente mantenuto nel DM, è stato sostanzialmente svuotato di valore e rilevanza, attribuendo variazioni minime a fronte di significative differenze delle condizioni iniziali. Ancora più grave, tuttavia, risulta il fatto che tale coefficiente sia stato poi utilizzato nel DM moltiplicandolo per il numero di RTDa e RTDb in servizio presso ciascun Ateneo. In questo modo l’assegnazione di risorse, lungi dal garantire un riequilibrio della presenza di giovani ricercatori nei vari territori, ha di fatto confermato la distribuzione attuale, attribuendo molti più posti agli Atenei nei quali già la presenza era più elevata. Per uscire dai complicati algoritmi ministeriali può essere opportuno analizzare la tabella seguente, nella quale per ogni Regione italiana sono indicati la popolazione residente, il numero di RTD attualmente in servizio (in valore assoluto ed in termini relativi ogni 100.000 abitanti) ed il numero di nuovi posti assegnati sulla base del quarto criterio (anche questi, in termini assoluti e relativi).

Popolazione N. RTD Attuali RTD / 100.000 Ab. Nuovi RTDb Nuovi
RTD / 100.000 Ab.
Piemonte 4.392.526 369 8,40 22 0,50
Lombardia 10.019.166 784 7,83 46 0,46
Trentino 1.062.860 106 9,97 5 0,47
Friuli 1.219.191 83 6,81 6 0,49
Veneto 4.906.210 426 8,68 25 0,51
Liguria 1.565.307 172 10,99 10 0,64
Emilia-Romagna 4.448.841 550 12,36 33 0,74
Toscana 3.742.437 535 14,30 31 0,83
Marche 1.538.055 135 8,78 8 0,52
Umbria 888.908 135 15,19 9 1,01
Lazio 5.898.124 550 9,32 33 0,56
Abruzzo 1.322.247 97 7,34 7 0,53
Molise 310.449 31 9,99 2 0,64
Campania 5.839.084 674 11,54 40 0,69
Puglia 4.063.888 279 6,87 19 0,47
Basilicata 570.365 13 2,28 1 0,18
Calabria 1.965.128 47 2,39 4 0,20
Sicilia 5.056.641 253 5,00 17 0,34
Sardegna 1.653.135 138 8,35 8 0,48
Totale 60.462.562 5377 8,89 326 0,54

La Tabella mostra con evidenza che l’obiettivo di ottenere un riequilibrio della presenza di giovani ricercatori nei vari territori è decisamente contraddetto dal DM, in quanto il numero di nuove posizioni è evidentemente concentrato sulle regioni in cui la presenza di giovani ricercatori è più elevata (in particolare, ad esempio, in Umbria, Emilia e Toscana, dove il numero di RTD per 100.000 abitanti è compreso tra 12 e 15, a fronte di un valore nazionale di circa 8,9). Alla Sicilia, dove la presenza dei giovani ricercatori è tra le più basse d’Italia (solo 5 ogni 100.000 abitanti), vengono complessivamente assegnati su questo criterio “di riequilibrio” solo 17 posti su 326, con una percentuale rispetto alla popolazione residente inferiore da 2 a 3 volte rispetto a quella delle sopracitate regioni.

Tale risultato è reso ancora più evidente dal grafico allegato, che mostra la relazione tra il numero di RTD per 100.000 abitanti attualmente presenti in ogni regione ed il numero di nuove posizioni di RTD per 100.000 abitanti assegnate con il quarto criterio. Tale grafico mostra una quasi assoluta corrispondenza tra la presenza attuale di ricercatori nei vari territori ed il numero di nuove posizioni assegnate, del tutto contraddicendo l’obiettivo di favorire un riequilibrio. Il grafico mostra anche che tutte le regioni del Sud, con l’eccezione della Campania e del Molise, si trovano nella parte più bassa della classifica con riferimento al numero di ricercatori presenti in proporzione alla popolazione residente.

Anche in questo caso, quindi, il DM va considerato del tutto incoerente con la fonte normativa primaria da cui discende e, quindi, decisamente illegittimo.

Ritengo che l’Università di Palermo dovrebbe manifestare con fermezza il proprio dissenso rispetto a quanto previsto dal Decreto Ministeriale, utilizzando tutti gli strumenti disponibili e portando la questione all’attenzione di tutti i livelli istituzionali (da quelli regionali a quelli nazionali). Allo stesso tempo, credo che debba essere valutata con attenzione la possibilità di procedere con ricorsi amministrativi per ottenere una pronuncia di illegittimità del contenuto del decreto per la sua manifesta incongruenza con la previsione della Legge Finanziaria.

Scarica qui il Decreto Ministeriale

2 pensieri riguardo “Politiche ministeriali e assegnazione RTDb

  • marzo 4, 2018 in 4:15 pm
    Permalink

    Enrico, non ci sono parole… SCANDALOSO.
    La tua analisi di questo decreto, prosecuzione di un piano neanche tanto mascherato, e delle sue conseguenze, con amarezza conferma quanto poco conta il nostro Ateneo e i nostri rappresentanti politici che in questi ultimi anni hanno mostrato, a essere buoni, acquiescenza verso una politica che ci defrauda con ‘nonchalance’. Da tempo e da più parti si denuncia la situazione insostenibile dei giovani e come quella dei laureati triennali ‘costretti’ a emigrare per conseguire un laurea magistrale in università del centro-nord con il miraggio dell’ingresso nel mondo del lavoro.
    Concordo con te che bisogna agire con azioni incisive adottate dall’Ateneo sia ‘giuridiche’ che non.
    Aldo Di Leonardo

    Risposta
  • marzo 5, 2018 in 5:34 pm
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    Caro Enrico,

    grazie per l’analisi dettagliata e molto chiara. Ritengo anch’io che sia necessario esprimere un forte dissenso nei confronti di quest’ultima misura punitiva, che contribusce a vanificare il lavoro quotidiano dei docenti della nostra Università. Si tratta di un probema politico che il nostro Ateneo, sperabilmente insieme ad altri Atenei del centro-sud, dovrebbe porre con forza. Sarebbe auspicabile, altresì, che tale azione di protesta possa essere portata avanti anche dai rappresentanti delle diverse istituzioni siciline.
    Infine, credo che bisognerà ragionare sull’opportunità di un’azione giudiziaria. Se ci saranno i presupposti, potrebbe essere opportuno utilizzare anche questo strumento.
    Nuccio Scialdone

    Risposta

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