Verso l’Offerta Formativa 2018/19

Tra qualche settimana si avvierà la predisposizione dell’Offerta Formativa 2018/19, che si concluderà ovviamente nella prossima primavera. E’ questo quindi il momento di affrontare alcuni dei problemi che emergono annualmente, in fasi diverse di ogni anno accademico, evidenziando limiti organizzativi e di programmazione. I più gravi e rilevanti sono probabilmente:

  1. la diffusa scopertura di materie fondamentali, che richiede il ricorso a contratti esterni che non sempre assicurano la richiesta qualità didattica (in particolare in molte importanti materie di base), mentre alcuni professori non coprono le richieste 120 ore di didattica frontale e ad altri viene assegnato il carico didattico istituzionale su materie opzionali, magari seguite da un esiguo numero di studenti;
  2. la mancanza di docenti di riferimento in alcuni CdS, che ne rende difficile il mantenimento o, più spesso, l’aumento del numero programmato, a fronte di un numero significativo di docenti (oltre il 20%) non impiegati come DdR in alcun CdS;
  3. la sempre più evidente (e, aggiungo, comprensibile) riduzione dell’attività didattica frontale svolta dai ricercatori universitari, alcuni dei quali, vedendo lontano il conseguimento dell’ASN o l’inserimento del proprio SSD in programmazione e non ottenendo alcun riconoscimento economico per l’attività volontaria prestata, tendono comprensibilmente a limitare il proprio impegno a quanto stabilito dalla legge;
  4. la poca chiarezza sui compiti dei diversi attori del processo e sulla sequenza organizzativa delle fasi. Per fare qualche esempio, chi decide (e quando) se un corso deve essere mutuato? Il singolo docente ha titolo per decidere in quale CdS, tra quelli in cui svolge insegnamenti, deve essere “docente di riferimento”? In quale fase viene verificato se esistono IN ATENEO insegnamenti scoperti di SSD in cui non tutti i professori hanno completato il proprio carico didattico istituzionale di 120 ore?

Tali problemi devono essere affrontati tenendo in considerazione in primo luogo le esigenze di qualità della didattica, puntando ad un uso efficiente del corpo docente senza limitare eccessivamente la diversificazione dell’offerta formativa.

La soluzione del primo problema impone infatti di porre maggiore attenzione alla moltiplicazione dei CFU di didattica erogata determinata dall’attivazione di più curriculum e dalla proposizione di gruppi di “materie opzionali”, al cui interno spesso vengono proposte lunghe liste di insegnamenti. Se tale scelta può essere ben giustificata per CdS con elevati numeri di studenti o storicamente risultanti dall’accorpamento di corsi precedentemente distinti (di cui quindi i curriculum sono un’eredità), in altri casi appaiono un “lusso” eccessivo che l’Ateneo non può permettersi e che lascia centinaia di studenti senza docenti in materie fondamentali per assicurare scelte estremamente variegate a qualche decina di altri studenti. Non credo che la soluzione possa consistere nell’introduzione di regole rigide per la proposizione di curriculum e materie opzionali, ma troverei indispensabile prevedere che tali proposte, a meno dei casi in cui risultino fortemente giustificate da ragioni culturali e formative reali, debbano risultare a costo zero per l’ateneo. Un primo passo in tale direzione è stato compiuto in sede di programmazione, quando si è stabilito che gli insegnamenti presenti in un solo curriculum o all’interno di gruppi di materie opzionali fossero “pesati” in maniera fortemente ridotta, proporzionalmente all’ampiezza dell’offerta in eccesso.

In questo senso si pone anche la necessità di regolamentare la divisione dello stesso insegnamento su più “cattedre”, accettabile e necessaria solo in presenza di specifici contenuti formativi che impongano la presenza di gruppi di studenti non troppo ampi (ad esempio, per alcune tipologie di laboratori) e/o quando la dimensione delle aule non consenta l’erogazione dell’insegnamento all’intera coorte di studenti del CdS.

I problemi legati alla mancanza dei numero previsto di docenti di riferimento richiedono un maggiore coordinamento a livello di Ateneo (in particolare, tra le diverse Scuole) e l’individuazione di una fase in cui i Manifesti dei CdS per i quali servirebbe un più alto numero di docenti di riferimento possano essere modificati per prevedere insegnamenti (magari opzionali e/o mutuati da altri CdS) che consentano di inserire nuovi docenti di riferimento. Un caso tipico è rappresentato dagli insegnamenti dell’area del diritto (che potrebbero arricchire l’offerta formativa di numerosi CdS di tutte le aree culturali), per i quali è noto che in Ateneo esiste una larga disponibilità di potenziali docenti di riferimento (nell’a.a. 2016/17 il numero di docenti di riferimento per il corso di LMCU in Giurisprudenza è risultato di oltre 30 unità superiore al necessario, consentendone quindi l’impiego in altri CdS). Affinché ciò sia possibile, deve trovarsi un momento ed un organo che assuma la regia dell’intera vicenda, intervenendo, di concerto con i CdS ed i Dipartimenti interessati, su manifesti, assegnazione dei compiti didattici e determinazione dei docenti di riferimento.

C’è poi l’annoso problema del pagamento della didattica dei ricercatori. La L. 240/10 è molto chiara nel prevedere all’art. 6 che “ciascuna università, nei limiti delle disponibilità di bilancio e sulla base di criteri e modalità stabiliti con proprio regolamento, determina la retribuzione aggiuntiva dei ricercatori di ruolo ai quali, con il loro consenso, sono affidati moduli o corsi curriculari”. Si può decidere quanto pagare (nei limiti dettati dal necessario riconoscimento delle professionalità impegnate), con quali criteri e modalità, ma è chiaro che prevedere lo svolgimento soltanto a titolo gratuito della didattica frontale dei ricercatori è al di fuori del dettato normativo. E possiamo solo essere grati ai ricercatori per avere compreso la difficile situazione finanziaria dell’Università di Palermo e non avere seguito la strada (perseguita con successo dai ricercatori del Politecnico di Milano, ad esempio) del ricorso giudiziario (la sentenza del TAR Lombardia è disponibile qui). Quousque tandem? E’ probabilmente venuto il momento di mettere a mano a tale questione, risolvendo da una parte l’aspetto giuridico, ma creando anche le condizioni per invertire la tendenza che spinge i ricercatori a limitare sempre di più il proprio impegno didattico frontale o a destinarlo solo ad insegnamenti relativamente poco “impegnativi” (ad esempio, evitando, nei corsi di base, di dare la propria disponibilità per insegnamenti con elevati numeri di studenti).

Il pagamento della didattica dei ricercatori costituisce una necessaria “pezza” per un problema rimasto irrisolto (la ridefinizione dello stato giuridico dei ricercatori, definitivamente accantonata con la messa ad esaurimento del ruolo), che però troverà soluzione solo con il passaggio dell’ultimo ricercatore alla fascia degli associati. In questo senso il vero ed unico intervento risolutivo è favorire quanto più possibile lo svolgimento di attività di ricerca da parte dei ricercatori e consentire il più rapido passaggio alla II fascia di quanti tra loro abbiano conseguito l’ASN.

Spero che, grazie anche ai contributi e ai suggerimenti di tutti, la predisposizione delle Linee Guida per l’Offerta Formativa 2018/19 di prossima emanazione da parte degli Organi di Governo riesca a trovare soluzione per la maggior parte di questi problemi.

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