Ipotesi di lavoro per il FFR dell’Ateneo

Le considerazioni che seguono costituiscono la mia personale riflessione sulle modalità di assegnazione del Fondo per il Finanziamento della Ricerca (FFR) di Ateneo. Spero, attraverso questo spazio, di ricevere commenti e suggerimenti costruttivi e propositivi che possano meglio indirizzare le mie proposte all’interno degli Organi deliberanti.

Il FFR deve in primo luogo assicurare ad ogni docente dell’Ateneo un livello almeno minimo di finanziamento, tale da consentire lo svolgimento dei compiti istituzionale di ricerca. Questo genere di fondi può essere quindi destinato a spese relativamente ridotte (un PC, un convegno, materiale di consumo per un laboratorio, materiale bibliografico), mentre le spese più importanti ed i progetti di più ampio respiro devono necessariamente trovare copertura attraverso fonti esterne quali i fondi europei, i PRIN, i PON, i POR, etc. Pertanto, trattandosi di una dotazione finanziaria di sussistenza, appare inopportuno creare eccessive differenziazioni sulla base del merito o, come spesso si è fatto in passato, chiedere la predisposizione di progetti di ricerca che in genere è poco credibile pensare possano essere realizzati con somme così ridotte.

In considerazione delle notevoli penalizzazioni economiche che l’Ateneo ha sempre ricevuto sulla Quota Premiale del FFO basata sulla VQR, il riavvio della distribuzione del FFR deve altresì tenere in massima considerazione la necessità di migliorare la capacità di ricerca dell’Ateneo e in particolare, piacciano o meno quelle regole, di garantire la disponibilità del richiesto numero di pubblicazioni, auspicabilmente di qualità elevata. Appare quindi molto opportuno legare le regole di assegnazione del FFR al raggiungimento di obiettivi coerenti con il miglioramento della VQR, dando peculiare importanza a quello che si è fatto e si farà per l’esercizio VQR 2015-19 piuttosto che concentrarsi, come spesso in precedenza, sulla valorizzazione dei risultati passati (un approccio, quest’ultimo, capace solo di cristallizzare la situazione esistente, senza creare le condizioni per un futuro miglioramento).

A tal fine è importante stabilire criteri che incentivino i docenti – e i gruppi – scientificamente più attivi a coinvolgere nelle loro attività di ricerca quelli ad oggi meno produttivi, in modo che anche questi ultimi siano messi nelle condizioni, nell’interesse proprio e dell’Ateneo, di avere a disposizione il richiesto numero di pubblicazioni da sottoporre alla prossima VQR. I docenti più impegnati, in genere capaci di produrre ben più dei due lavori “unici” richiesti dalla VQR nel quadriennio o quinquennio di osservazione, devono essere quindi “premiati” non tanto per la pubblicazione dell’ennesimo lavoro di elevata qualità (per quello troveranno auspicabilmente soddisfazione nella rapidità della propria carriera), quanto per la disponibilità ad includere nelle loro attività i colleghi che, per le diverse possibili ragioni, sono rimasti più indietro nella capacità di svolgere ricerca di qualità.

Infine, un’esigenza da tenere presente è quella di mantenere ampi spazi di autonomia ai dipartimenti nell’impiego delle risorse, consentendo ad esempio di stabilire criteri di redistribuzione interna dei fondi assegnati, nell’obiettivo di un generale miglioramento e sulla base delle specificità di ciascuna area culturale. Pertanto le risorse non dovrebbero essere assegnate direttamente ai singoli docenti, quanto piuttosto, sulla base dell’attività da questi svolta, ai relativi dipartimenti che poi, con proprie regole interne, deciderebbero come utilizzarli (ad esempio, ribaltandoli direttamente sui docenti che hanno “guadagnato” quei fondi ovvero introducendo regole interne di redistribuzione, magari in una logica di anticipazione ai gruppi che devono maggiormente migliorare i propri risultati).

Sulla base di questi principi di carattere generale, l’idea su cui ritengo si dovrebbe lavorare potrebbe essere quella sotto esplicitata.

Ipotizzando di potere destinare una somma di 3 MLN € nel triennio 2017-19 e dovendo sottoporre l’Ateneo, per la prossima VQR, circa 3.000 pubblicazioni, si può associare ad ogni pubblicazione che si prevede di presentare per la prossima VQR (quindi, per i lavori già pubblicati nel triennio 15-17 e per quelli che verranno pubblicati nel prossimo biennio) una quota di finanziamento di 1.000 €. Ovviamente, se si trovassero risorse per un impegno maggiore la quota potrebbe essere proporzionalmente incrementata (ad esempio, impegnando 4.5 MLN € nel triennio, la quota crescerebbe a 1.500 €).

Sebbene per la VQR possano essere presentate molteplici tipologie di pubblicazioni, essendo necessario puntare alla disponibilità di prodotti di maggiore “pregio” (che verosimilmente riceveranno migliori valutazioni), le pubblicazioni da considerare dovrebbero essere soltanto le riviste rientranti nei quartili più elevati per i settori bibliometrici e le riviste di fascia A (e probabilmente le monografie) per quelli non bibliometrici. Nel seguito per brevità indicheremo queste tipologie di pubblicazioni (da definire con precisione e tenendo conto delle specificità delle singole aree) come prodotti VQR.

Le assegnazioni di risorse potrebbero essere quindi basate sul seguente criterio:

  • per ogni prodotto VQR già pubblicato (o accettato) nel periodo 15-17 ovvero che verrà pubblicato nel periodo 2018-19 si chiederebbe al gruppo di ricerca strutturato di indicare l’autore “referente” (quello che verosimilmente presenterà quella pubblicazione per la prossima VQR);
  • metà della somma attribuibile alla singola pubblicazione (i 1.000 o 1.500 € cui si faceva riferimento prima) sarebbe riconosciuta all’autore “referente”, mentre la restante metà sarebbe equamente suddivisa tra agli altri co-autori strutturati UNIPA (ovviamente, se l’autore strutturato UNIPA fosse uno solo, gli verrebbe attribuita l’intera quota);
  • il numero di prodotti dei quali ciascun docente potrebbe risultare autore referente dovrebbe essere limitato a 2 (o a 3 se si ritiene che il numero di pubblicazioni richieste per la prossima VQR possa crescere);
  • la somma relativa alle pubblicazioni del triennio 2015-17 dovrebbe essere subito assegnata ai relativi dipartimenti sulla base dei criteri prima descritti, con un impegno massimo pari ad 1/3 dell’intera disponibilità per il triennio. Ove il numero di Prodotti VQR già disponibili fosse tanto elevato da superare la quota annuale destinata, si assegnerebbe in proporzione solo quest’ultima quota, graduando la successiva assegnazione nel corso del triennio;
  • ai dipartimenti sarebbe lasciata la possibilità di stabilire proprie regole di utilizzo delle somme attribuite (predisposizione di progetti o assegnazione libera; prelievo percentuale per aiutare i docenti che hanno bisogno di “anticipazioni” per la loro ricerca, etc.).

Dal punto di vista dei tempi, a meno di sforamento della quota annuale, si procederebbe subito all’assegnazione ai dipartimenti delle quote relative al passato periodo 2015-17 e, successivamente, al termine degli anni 2018 e 2019, si calcolerebbero le relative integrazioni sulla base dei prodotti pubblicati o accettati nel corso dell’anno.

Per rendere più chiaro il senso della proposta, si evidenzia che, ove si attivassero le auspicate collaborazioni tra gruppi di ricerca, il criterio consentirebbe all’Ateneo di disporre del richiesto numero di pubblicazioni per la prossima VQR. I finanziamenti sarebbero attribuiti a tutti i docenti, con una maggiore quota riservata a quelli più attivi, ma soltanto ove questi includessero nelle proprie attività quelli meno produttivi. Per fare qualche esempio, ipotizzando una quota di 1.500 € per ogni Prodotto VQR:

  • se un docente pubblicasse come referente 2 Prodotti VQR, SENZA altri coautori UNIPA, e NON fosse co-autore di nessun altro Prodotto VQR, la quota complessivamente riconosciuta sarebbe di 3.000 € (1.500 € per ciascun prodotto da referente) nel triennio;
  • se un docente pubblicasse come referente 2 Prodotti VQR, CON altri coautori UNIPA, e NON fosse co-autore di nessun altro Prodotto VQR, la quota complessivamente riconosciuta sarebbe di 1.500 € (750 € per ciascun prodotto da referente) nel triennio;
  • se un docente pubblicasse come referente 2 Prodotti VQR, SENZA altri coautori UNIPA, e fosse co-autore di altri 6 Prodotti VQR con diversi referenti (ipotizziamo, ciascuno con due co-autori UNIPA oltre il referente), la quota complessivamente riconosciuta sarebbe di 5.250 € (1.500 € per i due prodotti da referente, più 375 € per ciascuno dei 6 ulteriori lavori) nel triennio;
  • se un docente pubblicasse come referente 2 Prodotti VQR, CON altri coautori UNIPA, e fosse co-autore di altri 4 Prodotti VQR con diversi referenti (ipotizziamo, ciascuno con due co-autori UNIPA oltre il referente), la quota complessivamente riconosciuta sarebbe di 3.000 € (750 € + 750 € per i due prodotti da referente, più 375 € per ciascuno dei 4 ulteriori lavori) nel triennio.

La casistica potrebbe andare avanti con pressocché infinite combinazioni, ma penso che sia evidente come il sistema possa creare le condizioni per assicurare a ciascuno un livello minimo di finanziamento, consentendo anche di introdurre equilibrati riconoscimenti del maggiore impegno dei docenti più produttivi. Il finanziamento “medio” sarebbe comunque pari a 1.000 €/anno per ciascun docente.

Poiché il criterio proposto potrebbe apparire, almeno ad una prima lettura, alquanto complesso e farraginoso, invito a dare uno sguardo a quanto previsto nel precedente FFR (2012-13) (qui il link alle precedenti regole), per il quale era utilizzato un (molto più) complesso algoritmo, con formule e parametri peraltro diversificate per ciascuna area. Credo che la semplificazione introdotta rispetto a quel sistema possa essere riconosciuta come un importante pregio.

Riguardo all’entità del finanziamento, in quell’occasione si misero a disposizione 2.000.000 € per il biennio 2012-13, senza poi prevedere alcuna prosecuzione per il periodo successivo. L’orientamento espresso dall’attuale CdA è invece quello di assicurare una continuità di finanziamento a partire dal corrente esercizio 2017, con impegni auspicabilmente superiori a quelli dell’ultimo FFR.

30 pensieri riguardo “Ipotesi di lavoro per il FFR dell’Ateneo

  • ottobre 14, 2017 in 12:03 pm
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    Caro Enrico, ritengo che la distribuzione dell’FFR debba garantire la sopravvivenza minima di ogni ricercatore!!!! Legare il finanziamento al numero di prodotti già pubblicati e sottolineo già pubblicati, ipotetici per poter essere utilizzato per la VQR mi sembra veramente fuori luogo e non incentivante!!!! Tra l’altro dopo che distribuisci in questo modo ai Dipartimenti, quali pensi possano essere i criteri interni dei Dipartimenti?
    È dal 2012 che non si distribuiscono risorse!!!! Stiamo parlando delle risorse minime per comprarsi un PC e andare ad un convegno!!!! Sono anni che la maggior parte dei ricercatori (in senso lato) dell’Ateneo si pagano convegni da soli o non ci vanno o comprano prodotti per i laboratori di tasca loro!!!! Faccio presente che già c’è un precedente di ricorso vinto al TAR proprio sul tema fondi di ricerca!!!! Il TAR riconosce il diritto di TUTTI di avere il finanziamento minimo per la ricerca. Qui l’articolo!!!
    http://m.ilmessaggero.it/umbria/articolo-3272138.html
    Anche l’idea che il “super ricercatore” ipoteticamente fortissimo per la VQR, per avere fondi, pubblichi insieme all’ipotetico “ricercatore debole” non è detto sia praticabile!!!! Devi avere argomenti di ricerca in comune!!!! In Ateneo sempre di più gli SSD sono ridotti ad una/due unità e non si improvvisano i lavori interdisciplinari!!!!
    Ora dico qualcosa di fortemente impopolare, ma che avrei detto anche negli organi di governo.
    Il minimo per la sopravvivenza distribuitelo a pioggia e a testa a ricercatore (in senso lato). Escludete dalla distribuzione a pioggia coloro che riceveranno i 3000 euro dall’ANVUR e se proprio volete fare una quota premiale (che per la sopravvivenza secondo me non ha senso….) riservate una quota da distribuire con i criteri che più vi piacciono sia a coloro che hanno già ricevuto i 3000 euro dall’ANVUR sia agli altri.
    Un caro saluto
    Cinzia

    Risposta
    • ottobre 20, 2017 in 3:19 pm
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      Cara Cinzia,
      sto rispondendo con un post generale in cui cerco di puntualizzare qualche aspetto. Vorrei però evidenziare che la mia ipotesi prevede di distribuire le somme tenendo conto delle pubblicazioni del quinquennio 2015-19, rispetto al quale siamo poco oltre la metà. Il criterio sarebbe assolutamente incentivante, perché assegnerebbe le risorse a chi ha già pubblicato i “suoi” due lavori VQR, ma anche a chi li pubblicherà nel prossimo biennio. Non mi piacciono le assegnazioni ex post e considero molto preferibile valutare quello che si farà in futuro, proprio per l’effetto incentivante. Allo stesso tempo però non si può trascurare la circostanza che qualcuno ha fatto notevoli sforzi per migliorare i propri risultati VQR nell’interesse dell’Ateneo e altri ne hanno fatti meno. Dire che si darà uguale peso a quanto pubblicato nel 2015-17 e a quanto sarà pubblicato nel 2018-19 mi sembra un equilibrato compromesso tra il riconoscimento dell’attività di chi si è GIA’ impegnato maggiormente e quello di chi comincerà a farlo adesso.
      Come proverò a spiegare nel post che sto per pubblicare, il mio obiettivo è arrivare ad una distribuzione uniforme, a TUTTI, delle somme disponibili, senza rinunciare ad un effetto incentivante che ci permetta in futuro di disporre di più risorse.

      Risposta
    • ottobre 24, 2017 in 3:55 pm
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      Carissimo Enrico e Carissima Cinzia,
      entrambi i punti di vista sono importanti e contengono delle considerazioni interessanti. I criteri dell’assegnazione proposti da Enrico sono semplice e applicabili e potrebbero coinvolgere i diversi ricercatori (nel senso ampio del termine), mentre non sono per niente d’accordo sul lasciare poi ai dipartimenti la scelta di utilizzo, così come già messo in evidenza da Cinzia. La risorsa andrebbe assegnata al singolo ricercatore e non al Dipartimento che senza che ogni volta potrebbero cambiare criteri o fare deroghe a seconda del caso (purtroppo ne abbiamo visti diversi esempi) e così un ricercatore che magari ha contribuito notevolmente alla VQR si può trovare nella condizione di non aver assegnato nessun finanziamento perchè i criteri vengono magari costruiti su altre esigenze. Sono d’accordo con Cinzia che almeno per ora ci vuole finanziamento a pioggia ma non escluderei i poveretti dei 3000 Euro, che pure sono pochi spiccioli, ma magari escluderei i professori ordinari, che per definizione dovrebbero essere capaci di accedere a grossi finanziamenti (è tra i criteri dell’ASN), oppure chi ha finanziamenti cospicui quali PON o UE. Vorrei anche ricordare che tutti noi facciamo fare tesi sperimentali (almeno per i CdS scientifici) e gli studenti impiegano le risorse che spesso derivano dai progetti di ricerca o dalle tasche dei singoli ricercatori. Personalmente troverei giusto che l’Ateneo fornisca ai suoi docenti non solo la sussistenza ma anche quei fondi che sarebbero necessari per lo svolgimento di quelle tesi senza necessariamente intaccare i proprio fondi di ricerca o personali di famiglia.
      Un caro saluto
      Barbara

      Risposta
  • ottobre 14, 2017 in 1:43 pm
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    Enrico grazie di avere aperto questo dibattito. È sabato pomeriggio e non riuscirei adesso ad articolare proposte razionali, ma personalmente, da direttore, sarei onestamente favorevole ad una distribuzione anche a pioggia in Ateneo, oppure a pioggia ai dipartimenti che poi internamente decidono, e io da me proporrei la pioggia…. Sempre nel mio ruolo di direttore sarebbe una bella cosa se tutti i colleghi avessero i fondi per comprarsi un pc e per partecipare a qualche convegno, senza intaccare i fondi del dipartimento (peraltro prossimi allo zero). Vedo più razionale che il dipartimento con le proprie risorse, in particolare provenienti dall’esterno, incentivi la ricerca con premi ai giovani e incentivi alla progettazione, ma inseriti in un contesto in cui tutti hanno qualcosa

    Risposta
    • ottobre 20, 2017 in 3:25 pm
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      Grazie a Te, Marcello, per il commento.
      Come proverò a spiegare in un nuovo post che sto per pubblicare, io vorrei arrivare ad un meccanismo (può essere quello da me proposto o un altro, non importa) che assicuri quella che Tu chiami una distribuzione “a pioggia”, ma che riesca ad incentivare scelte che consentano un miglioramento dei risultati VQR, da cui dipende una parte consistente dei nostri finanziamenti.

      Risposta
  • ottobre 14, 2017 in 2:21 pm
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    Caro Enrico,
    la tua proposta appare praticabile e configura certamente un sensibile passo avanti rispetto al passato.

    Sono del resto anche d’accordo con Cinzia quando riabilita le famigerate distribuzioni “a pioggia”, a mio avviso tanto necessarie quanto ingiustamente vituperate. L’ateneo, che distribuisce puntualmente decine di migliaia di euro sotto forma di stipendio a ognuno di noi non dovrebbe francamente preoccuparsi di queste preziose briciole, che non mancheranno di migliorare l’output complessivo di ricerca. Anche i ricercatori più agguerriti in termini di accesso alle fonti alternative di finanziamento si trovano periodicamente privi di risorse, e la mancata distribuzione dell’FFR può metterli in gravi difficoltà: un laboratorio non può lavorare e produrre ricerca disponendo di 100 oggi e zero domani. Nelle fasi “zero” che si fa, si chiude ogni attività nell’attesa del prossimo bando, dagli esiti comunque incerti?

    Nel plaudire infine alla decisione di riattivare questo indispensabile canale di finanziamento e al tentativo di rimpinguarne l’ammontare non posso non rimarcare che le cifre di cui si parla rimangono comunque assai modeste, e si dovrebbe quindi trovare il modo per aumentarle significativamente. In particolare si dovrebbe tenere ben presente, in futuro, che affinché l’assunzione di un nuovo ricercatore possa tradursi in un incremento dell’output di ricerca dell’Ateneo è ovviamente necessario che questi disponga delle risorse necessarie a espletare il suo ruolo ma è altresì indispensabile che il suo stipendio non vada a discapito dell’FFR minimo vitale per 20 o 30 dei ricercatori già in sevizio…

    Cari saluti

    Alberto

    Risposta
    • ottobre 20, 2017 in 3:33 pm
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      Grazie, Alberto. Si, si tratta di cifre modestissime, ma se riusciremo a fare crescere il finanziamento dell’Ateneo sarà possibile farle lievitare. Per fare questo dobbiamo essere in grado di immatricolare più studenti (e poi non farli scappare…) e al contempo migliorare la VQR. Una considerazione tecnica, però: il finanziamento che riceviamo è proporzionale al numero di docenti (inclusi gli RTD) in Ateneo. Ogni RTD in più che chiamiamo ci porta annualmente, se riesce a pubblicare due prodotti eccellenti, una cifra vicina al doppio del suo costo. Pertanto non metterei in contrapposizione la spesa per gli RTD a quella per sostenere la ricerca del personale già in servizio. Anzi, direi che se siamo bravi e lungimiranti, chiamare molti RTD nei settori che “servono” sarà la condizione per aumentare il finanziamento della ricerca di tutti.

      Risposta
  • ottobre 14, 2017 in 3:03 pm
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    Sono contrario alla distribuzione a pioggia, che produce 1000 euro a ricercatore che servono, come si è detto, a comprare un computer o andare al convegno (cioè non producono ricerca reale). Si distribuiscano i fondi ai dipartimenti e ognuno si organizzi per valutare i progetti, nel modo che ritiene opportuno. Non credo che i fondi debbano andare ai singoli ricercatori, ma a gruppi di ricerca. Ovviamente in questi gruppi vanno inseriti i ricercatori meno produttivi, per sollecitarli a migliorare la loro prossima VQR, nell’ambito di pubblicazioni in cui figurino (anche singolarmente) i componenti del gruppo.

    Risposta
    • ottobre 20, 2017 in 3:39 pm
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      Comprendo il punto di vista. Però si deve tenere conto del fatto che in molte aree (quasi intere quelle umanistiche, giuridiche ed economiche, quella matematica e diversi SSD delle restanti aree) la ricerca non si fa in gruppo, ma individualmente o in piccoli gruppi. Per questo ritengo che possa essere utile assegnare le risorse ai dipartimenti. Quelli scientifici le potranno usare per finanziare i gruppi di ricerca, gli altri le assegneranno ai singoli ricercatori. In ogni caso, anche in area tecnico-scientifica o medica avere 1000 €/anno per andare a un convegno o, ogni tot anni, comprare un nuovo PC, è molto utile. Ribadisco, per evitare di imporre regole che non soddisfano le specifiche esigenze di ciascuna area, l’unica soluzione è lasciare la responsabilità ai dipartimenti. Devo però rilevare che su questo si levano forti critiche, evidentemente perché non tutti si fidano delle capacità dei dipartimenti di fare l’interesse reale dei propri componenti. E credo sia un tema su cui ragionare con attenzione…

      Risposta
  • ottobre 14, 2017 in 5:25 pm
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    Caro Enrico,
    grazie per il lavoro prezioso. Ho fatto parte di uno dei primi comitati per la distribuzione dei fondi. Ricordo che in quella occasione per la prima volta l’ateneo si dotò di un sistema di catalogazione elettronico dei lavori prodotti. A quei tempi ero assolutamente favorevole a una sorta di “graduatoria di merito” nella distribuzione dei fondi. Fu un lavoro immane! Ricordo anche la contrarietà di un anziano collega (non faccio nomi) contro quello che lui chiamava “il merito …. con i fichi secchi”. Un docente eppur molto attivo! Ero giovane e gli chiesi incuriosito:”Perché non vai nella direzione del merito?” Mi rispose:”vedi Andrea, il merito deve essere sempre perseguito, ma quando ne vale la pena. Per anni—quando c’erano le vacche grasse—ho denunciati gli sperperi. Ora, che non c’è più una lira, tutti cercano il merito. Si tratta SOLO di un modo per giustificare i TAGLI!!. Ma io tra poco vado in pensione. Quelli li subirai tu che sei giovane e forte …. e sarai morto (scientificamente)!” Sagge parole, e così fu!!
    Faccio parte di quei docenti “aggressivi” nella ricerca dei fondi. Li trovo anche nel privato, ma ho passato anni senza un euro (in finanza, si chiama il problema della liquidità) perché non c’erano i PRIN, e quando c’erano si trattava di due soldi e “cento cani” a cercare di accaparrarseli. Perché ai fondi europei accedi se hai un network, e il network lo crei se riesci ad andare alla conferenze, ecc.
    Siamo l’unico stato europeo e forse l’unico ateneo d’Italia che non da un minimo per lavorare!
    Io penso che potremmo risparmiare tempo e denaro (nostro tempo, tempo dei TAB, tempo dei funzionari e dei dirigenti) semplicemente fornendo a tutti il minimo indispensabile ….. e non chiamatelo finanziamento a pioggia …. le parole sono importanti (!), diceva Moretti, e questo è il gergo usato dai giornali e da coloro a cui piacciono tanto le classifiche.
    Grazie, Andrea

    Risposta
    • ottobre 20, 2017 in 4:26 pm
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      Grazie per le considerazioni, Andrea. Anche io in passato avrei premuto molto di più sul merito, ma in questo caso condivido che si debba puntare a dare almeno un minimo a tutti. Non ne posso più nemmeno io dei meccanismi complessi e cervellotici (vedi sistema ANVUR per assegnare i 3000 €), ma allo stesso tempo non credo si possa rinunciare a chiedere uno sforzo almeno minimo per migliorare la VQR dell’ateneo. Si tratta di individuare una soglia di impegno che sia alla portata di tutti e che però, allo stesso tempo, induca ad una maggiore attenzione alla necessità di assicurare all’ateneo quelle due pubblicazioni nel quinquiennio che ci verranno richieste nel 2020.

      Risposta
  • ottobre 14, 2017 in 8:05 pm
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    Caro Enrico,
    davvero apprezzabile il notevole lavoro speso per arrivare ad una proposta che, a mio modesto parere, possiede tutti i crismi dell’oggettività. Tuttavia, viste le acque in cui stiamo navigando, penserei ad una mediazione: la metà del budget che verrà assegnato per il FFR lo distribuirei a pioggia per singolo docente, senza alcuna distinzione di fascia, per assicurare in qualche modo una sopravvivenza minima di default, l’altra metà considerando il merito. Ed è qui che chiaramente comincerebbero le interminabili discussioni.
    Mi permetto di fare un’ipotesi secca: l’assegnazione di questo 50% andrebbe fatta non per singolo docente bensì per singolo SSD (la quota assegnata poi ovviamente ripartita per singolo docente appartenente al SSD), avendo come discrimine e parametro di merito la produzione scientifica totale di qualità (solo lavori Q1) dello specifico SSD. Ad essere avvantaggiati sarebbero i SSD più meritevoli, che la logica vorrebbe anche i più numerosi. Nel caso un SSD fosse numeroso ma poco produttivo, un tale criterio di assegnazione incentiverebbe una maggiore collaborazione tra gli appartenenti. Si potrebbe pensare anche ad un secondo fattore perequativo che tenesse conto in qualche modo della bontà nella gestione dei fondi di ricerca ottenuti dai vari SSD: da un SSD che nella sua interezza abbia ottenuto notevoli fondi di ricerca ci si attenderebbe una produzione scientifica certamente di più elevate quantità e qualità rispetto ad un altro SSD “povero” in termini di finanziamenti…Basterebbe introdurre un semplice quoziente tra il numero di lavori Q1 prodotti da un determinato SSD e l’ammontare dei fondi di ricerca ottenuti dallo stesso SSD…Credo non mancherebbero le sorprese…
    Buona domenica
    Luigi

    Risposta
    • ottobre 20, 2017 in 4:30 pm
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      Interessanti considerazioni, grazie. Lavorare sugli SSD potrebbe in effetti essere utile per stimolare ad una maggiore collaborazione dove questa manca. E’ pur vero che in molte aree culturali la ricerca è quasi individuale e quindi può essere penalizzante per il docente molto attivo dovere essere valutato sulla base di quanto fatto dal collega di settore che non pubblica più niente. Anche l’idea di un doppio meccanismo, uno uniforme a tutti ed uno basato su elementi di valutazione è molto sensata.

      Risposta
  • ottobre 15, 2017 in 9:54 am
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    Caro Enrico,
    condivido tre riflessioni
    1) i fondi di ricerca sono uno strumento di lavoro non un premio. Non esiste un datore di lavoro che paga un operaio per avvitare i bulloni ma non gli mette a disposizione la chiave inglese. Ritengo che una cifra minima di funzionamento vada concessa a tutti i ricercatori dell’Ateneo non sulla base del merito ma dell’impegno ad usarli per migliorare la produttività (es. non vai al convegno se non porti una comunicazione, oppure mostrami che stai almeno presentando un progetto …etc). Quindi eviterei le graduatorie di merito e mi concentrerei su come la spesa possa essere verificata e controllata durante e soprattutto ex post. Inoltre le cifre pro-capite di cui si parla sono talmente ridotte che si dovrebbero calcolare le risorse che l’Ateneo dovrebbe impiegare per stabilire i criteri di distribuzione e poi applicarli. I lavori delle diverse commissioni quanti mesi/uomo richiederebbero? quanto costerebbe all’Ateneo? Il tutto per creare delle graduatorie di merito nella distribuzione di benefici non sostanzialmente differenti. Diamo fiducia a tutti poi, eventualmente, in una seconda tornata di distribuzione si faranno i distinguo.
    2) Una pubblicazione su rivista di ambito scientifico-biologico costa diverse migliaia di euro e non basta un computer per farla, occorrono reagenti e strumenti molto costosi e risorse umane. Di queste differenze nei costi della ricerca non si è mai voluto tenere conto. Se si devono fare dei distinguo si deve cominciare da qui.
    3) Per la progettualità finalizzata ad ottenere finanziamenti esterni (fondi EU) occorre essere fortemente supportati dagli uffici centrali e dagli amministrativi dei Dipartimenti. Occorre investire nella formazione e valorizzazione degli operatori degli uffici che hanno un ruolo strategico per l’interpretazione dei bandi e il supporto alla progettazione. Questo sì che aumenterebbe la disponibilità finanziaria dell’Ateneo.
    grazie

    Risposta
    • ottobre 20, 2017 in 4:43 pm
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      Punto 1. Assolutamente d’accordo, non sono un premio. Però vorrei sottolineare che nella mia ipotesi non ci sono graduatorie di merito, né commissioni di valutazioni. Ognuno avrebbe diritto alla propria quota (in media, 3000 € nel triennio) e dovrebbe solo pubblicare due lavori nel quinquiennio per ottenerla. Ma, come dici tu, i costi della ricerca sono molto più alti, per cui questi soldi non sono davvero la chiave inglese per avvitare il bullone. Sono solo un piccolo e modesto incentivo per orientare una parte dei propri sforzi a ciò che serve per migliorare la VQR. In molti lo fanno già (e allora non saranno un incentivo, ma un premio per quello che si è già fatto), per altri magari saranno l’occasione per riprendere la voglia di fare ricerca (che ANVUR & co magari gli avevano fatto passare…).
      Punto 2. E’ vero, la ricerca ha costi molto diversi tra le aree tecnico-scientifiche e mediche (da una parte) e quelle umanistico-giuridico-economiche (dall’altra). Però è anche vero che le prime consentono un accesso a ingenti risorse economiche (finanziamenti privati, progetti PO FESR, PON, etc.) che le seconde hanno in misura molto più limitata. E forse le due cose si compensano. Per entrambe, poi, il costo del personale che fa parte del gruppo di ricerca (dottorandi, assegnisti, etc.) rimane forse la parte preponderante. E quello è uguale per tutti.
      Punto 3. LO SO!!!!! Purtroppo il nostro Ateneo si permette, da alcuni anni, di non spendere tutte le risorse disponibili nella formazione del personale. E su quelle che spende spesso c’è da stendere un velo pietoso. Forse il Direttore Generale se ne è accorto, visto che ha avocato a sé direttamente il tema. Vediamo che succede e speriamo…

      Risposta
  • ottobre 15, 2017 in 1:59 pm
    Permalink

    Caro Enrico,
    grazie per il tuo impegno in direzione di una sempre più inclusiva partecipazione alle scelte politico-istituzionali del nostro ateneo. Questo blog lo testimonia.
    Trovo molto interessante questo dibattito e mi permetto di intervenire da “ricercatrice senior” che forse una sola volta, da quando sono stata assunta, ha potuto usufruire di un piccolo finanziamento per la partecipazione ad un convegno. Anche il pc e tutte le cose utili del quotidiano le ho dovute acquistare autonomamente. Da poco tempo, a dire il vero, posso chiedere i rimborsi utilizzando il mio fondo conto terzi che finanzio con il lavoro da psicoterapeuta prestato presso il Servizio di Psicologia del mio Dipartimento.
    La questione del FFR, dunque, credo tocchi un pò tutti e trovare dei criteri che lascino tutti contenti non è un’operazione semplice.
    Condivido molto l’intento della tua proposta che prevede una maggiore integrazione tra settori e soprattutto che guarda fortemente alla prossima VQR negli interessi dell’ateneo.
    Tuttavia, considero anche ragionevole chi evidenzia che qui stiamo parlando di cifre che implicano la “sopravvivenza” degli strutturati e sarebbe corretto che tutti avessero diritto di sopravvivere.
    Io utilizzerei una via di mezzo tra le due posizioni. Mi convince la proposta di chi propone di ragionare in termini di 50% ma valorizzerei la tua proposta con alcune variazioni.
    Il 50% lo affiderei ai Dipartimenti che si daranno criteri interni per la ridistribuzione delle risorse. Per il restante 50% utilizzerei i criteri da te proposti sia perché potrebbero portare ad un’utile sperimentazione sia perché obbligherebbero i Dipartimenti a fare un punto sullo stato dell’arte in vista della prossima VQR.
    Della tua proposta modificherei due aspetti:
    – il Q1; sebbene sia ormai chiaro che solo questo quartile può portare ad una elevata valutazione, lo allargherei al secondo (Q2) per valorizzare lo sforzo di chi sta provando a stare al passo con i criteri del GEV.
    – mi sembra si utile aggiungere un qualche correttivo al sistema che prevede un “autore referente” e dei co-autori. Mi sembra che si potrebbe rischiare di valorizzare chi non collabora con i gruppi di ricerca dell’ateneo piuttosto che il contrario. Questi infatti usufruirebbero di una quota premiale per intero per ogni prodotto e di quote aggiuntive come “co-autori”. Forse basterebbe in questi casi prevedere di attribuire una sola quota premiale al posto di 2.
    Un’ultima osservazione. Mi rendo conto che il CdA non può non riconoscere un ampio spazio di autonomia ai Dipartimenti ma allo stesso tempo temo anch’io come altri, una possibile incongruenza tra i criteri utilizzati per attribuire i fondi ai Dipartimenti e quelli che potrebbero scegliere i Dip. per la redistribuzione delle risorse. Il CdA non potrebbe consigliare fortemente di attenersi agli stessi criteri almeno sul 50% delle risorse? o gestire centralmente la distribuzione della metà delle risorse? La scelta di utilizzare come “unità di misura” i docenti e non i Dipartimenti mi sembra che vada proprio in questa direzione….
    Un caro saluto, Cecilia

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    • ottobre 20, 2017 in 6:33 pm
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      Grazie, Cecilia, tutte considerazioni molto ragionevoli e secondo me corrette. Sulla base di molti suggerimenti, mi limiterei a lasciare ai dipartimenti la possibilità di prelevare dalla quota dei docenti una percentuale max (ad esempio, il 20%), per utilizzarla a sostegno dei settori più deboli.
      Sui quartili delle riviste, si potrebbe pensare a considerarli tutti e 4, graduando il finanziamento sulla base del livello della rivista. Non perché mi piaccia molto il sistema dei quartili, ma perché solo un prodotto su rivista Q1 può aspirare ad una valutazione “eccellente” o “buona”, mentre le pubblicazioni su riviste Q2 possono ottenere valutazioni “discrete” e le altre finiranno quasi necessariamente al livello “sufficiente” o “limitato”.

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  • ottobre 15, 2017 in 4:11 pm
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    Caro Enrico,

    intanto grazie per poterci dare un’iniezione di vera politica universitaria, quella che guarda lontano, quella che progetta sulla base di criteri di sviluppo. Ogni punto del tuo gran lavoro è opinabile, come sempre per tutti noi, io vorrei però fissarmi sulla distribuzione ai Dipartimenti che poi nella loro autonomia identificano la modalità di distribuzione. ASSOLUTAMENTE NO! Lo sfascio e l’anarchia con cui è stata portata avanti la programmazione triennale ultima scorsa dimostra come i Dipartimenti, nati per sostituire le Facoltà in alcune funzioni, sono diventati covi di strapotere di pochi purtroppo permesso dalla soggiacenza di molti. Io propongo di “restituire” il parametro con cui tu ipotizzi il calcolo direttamente a colui/colei che l’ha generato; a limite sarei disposto a discutere un altro modo di ripartire ma non coinvolgerei mai i Dipartimenti ma propenderei per un rapporto diretto Ateneo-docente/ricercatore. Cari saluti per tutti, Fabio

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    • ottobre 20, 2017 in 6:40 pm
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      Caro Fabio, secondo me sarebbe opportuno che i Dipartimenti si organizzassero per aiutare i settori più deboli, che magari nella fase iniziale potrebbero rimanere esclusi dalla distribuzione. Dato che infatti, nell’ipotesi da me formulata, arriverebbero subito i fondi per chi ha già le due pubblicazioni richieste (o anche una sola), mentre gli altri li riceverebbero dopo avere pubblicato, i Dipartimenti potrebbero fare da “banca”: prelevano un 20% dalle quote ricevute e le destinano a chi non ha fondi ma dimostra di volersi impegnare per raggiungere il risultato richiesto. E questo possono farlo solo i dipartimenti, che conoscono persone e situazioni. Purtroppo vedo che in giro c’è molta poca fiducia nella capacità dei dipartimenti di agire in modo virtuoso. Non so se sia una sfiducia motivata o meno, ma il solo fatto che esista dimostra che c’è un problema e che va affrontato …

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  • ottobre 15, 2017 in 7:51 pm
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    Caro Enrico, il criterio da te proposto potrebbe andar bene se vi fossero somme più significative. Mi sfugge comunque come questo assicurerebbe un miglioramento della produttività da parte dei colleghi inattivi o con limitata produttività a meno che tu non pensi che i colleghi attivi di un dipartimento inseriscono gli inattivi in un loro lavoro al fine di far loro avere i 1500 euro che poi andranno al dipartimento, dove, come qualche commento sottolinea, non è prevedibile cosa accadrà delle somme ricevute . Inoltre mi sembra che contraddica in parte quanto tu dici all’inizio “assicurare ad ogni docente dell’Ateneo un livello almeno minimo di finanziamento, tale da consentire lo svolgimento dei compiti istituzionale di ricerca. Questo genere di fondi può essere quindi destinato a spese relativamente ridotte (un PC, un convegno, materiale di consumo per un laboratorio, materiale bibliografico”. Se l’obiettivo è questo, e considerate le somme che potranno essere distribuite, non può che essere questo, allora agganciarlo alla VQR è utopistico tanto quanto attribuire per merito delle somme a progetti che saranno irrealizzabili con 2-3 mila euro. Forse per le somme che abbiamo a disposizione avere tutti 2-3 mila euro per qualche piccola spesa, come tu stesso scrivi un PC o andare a un convegno o pagare i reprints di un lavoro, sarebbe la migliore soluzione. Se poi i colleghi più produttivi vorranno condividere tra loro le somme ricevute ed invece di pagarsi un convegno vorranno acquistare materiale per le loro ricerche, forse questo sarà possibile e potrà dare qualche frutto ance per la VQR. Giuseppe

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    • ottobre 20, 2017 in 6:53 pm
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      Caro Giuseppe, come ho scritto altrove, non credo che 2-3000 euro in tre anni in sé possano fare davvero migliorare la ricerca. Possono consentire di attivare qualche rapporto con colleghi stranieri, comprare qualche reagente per chi lavora in laboratorio, evitare che il PC di lavoro debba essere comprato sul proprio budget familiare, e cose simili. Li considero quindi come una dotazione “minima” che dovrebbe essere garantita a tutti. Poiché però abbiamo bisogno di migliorare la VQR, in quanto in Ateneo diverse centinaia di colleghi hanno ricevuto valutazioni basse o bassissime, credo sia opportuno cogliere l’occasione e mettere in piedi un sistema che dica a ciascuno di noi: questi soldi sono a tua disposizione, ma per favore fai uno sforzo in più per pubblicare su riviste che aiutino l’Ateneo ad avere qualche finanziamento in più o, se già sei in grado di farlo, coinvolgi nelle tue ricerche colleghi meno attivi.
      L’idea di fare andare i fondi ai dipartimenti forse è da scartare, al più penso si possa consentire ai dipartimenti un prelievo limitato (che so, il 20%) per aiutare i settori più deboli. E lasciare tutto il resto al docente che li ha “guadagnati”.

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  • ottobre 16, 2017 in 10:17 am
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    Caro Enrico,
    per prima cosa grazie per questo spazio di riflessione. Personalmente ritengo che il meccanismo a pioggia sia quasi fisiologico per un finanziamento come il FFR, questa pioggia potrebbe poi essere mitigata da un criterio minimo di accesso, come ad esempio il raggiungimento della posizione di ricercatore attivo o l’aver effettivamente preso parte ad un numero di pubblicazioni accettabile in funzione delle diverse aree. Ritengo che un meccanismo “a soglia” possa permettere di evitare di includere eventuali colleghi totalmente improduttivi, slegati dal mondo della ricerca, e al contempo garantire una distribuzione tra tutti coloro che, con diversi impegni, contribuiscono alle attività di ricerca dell’Ateneo. Allo stesso modo si potrebbe pensare di istituire due cifre, una, minore, per chi usufruirà del finanziamento di 3000€ e una maggiore per chi invece non ne usufruirà, proprio nello spirito di un finanziamento di sopravvivenza.

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    • ottobre 20, 2017 in 6:56 pm
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      Si, Bartolo, sicuramente si deve tenere conto dei 3.000 € ed utilizzare le somme disponibili principalmente per chi non ha nessun tipo di finanziamento (come peraltro funzionano i 3000 €, che non possono essere richiesti da chi ha altri fondi PRIN, europei, etc.).

      Risposta
  • ottobre 16, 2017 in 3:08 pm
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    Caro Enrico,
    per prima cosa grazie per avere aperto questo spazio di discussione. Appartenendo ad un’area scientifica dove sviluppare un progetto di ricerca significa investire decine di migliaia di euro, ritengo che sia quasi del tutto inutile, come si fa adesso, attribuire 2000 Euro a ricercatore, sulla base di un progetto di ricerca da valutare e rendicontare….un enorme dispendio di tempo ed energie per chi deve valutare e per chi deve poi rendicontare. A questo punto destiniamo una piccola quota a pioggia a tutti per l’acquisto di un PC o per garantire l’iscrizione ad un congresso internazionale per fare networking e poi, diamo una somma più consistente ai dipartimenti per sviluppare un progetto il più interdisciplinare possibile che sia poi valutato ex-post. Certamente pensiamo a qualcosa di snello, temo invece che la tua proposta appesantisca il lavoro a monte di coloro che dovranno poi fare le commissioni per la distribuzione dei fondi.

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    • ottobre 20, 2017 in 7:04 pm
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      Caro Riccardo, sono perfettamente d’accordo che non si debba perdere tempo né su progetti (è ridicolo pensare ad un “progetto di ricerca” che sia realizzabile con questi pochi soldi) né su complessi meccanismi. Quello che ho provato a descrivere però mi sembra molto semplice e sicuramente non richiede il lavoro di nessuna commissione: ogni volta che pubblico un lavoro (fino al massimo previsto di due) carico il riferimento su un sito e automaticamente mi viene attribuito il corrispondente finanziamento. E non devo rendicontare niente, bastano il Direttore e il Segretario Amministrativo ad approvare gli ordini, verificando capienza del fondo e suo uso non impropio …
      Per le attribuzioni si potrebbe davvero automatizzare tutto, senza lavoro “umano” se non di verifica, magari a campione, delle dichiarazioni fatte. Se poi la faccio troppo semplice e non lo è, allora meglio abbandonare tutto, perché condivido perfettamente che non sia il caso di mettere in piedi meccanismi complessi come erano le vecchie commissioni 60%.

      Risposta
  • ottobre 16, 2017 in 4:28 pm
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    Caro Enrico,
    come ho avuto modo di accennarti, la vedo (quasi) esattamente come Paola Quatrini. L’entità del contributo è di mero funzionamento, e quindi almeno una parte consistente deve essere distribuito a tutti, per il semplice fatto che sono “dipendenti” dell’Ateneo e che uno degli aspetti sui quali ci si attende che si raggiungano obiettivi è la ricerca (misurata, ahimè, con i parametri ANVUR). Avere 2 o 3mila euro non darà mai nessuna garanzia di miglioramento delle pubblicazioni, è vero; ma non avere fondi per nulla è certamente un grosso ostacolo per chi vuole tenersi al passo e/o fare rete.
    E proprio perché è un contributo di funzionamento e non un premio, non troverei assolutamente ingiusto escludere dal contributo chi ha altre forme di disponibilità economica.
    Poi una piccola provocazione: dal momento che essere dei buoni ricercatori non vuol dire per forza essere anche dei buoni docenti, e visto che ci piacciono i sistemi anglosassoni (!)… a quando un bel premio per chi fa buona didattica? mi hanno segnalato che la Sapienza ne organizza uno (http://www.dst.uniroma1.it/archivionotizie/premio-didattica-votare).

    Risposta
    • ottobre 20, 2017 in 7:09 pm
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      Caro Francesco, ho risposto al commento di Paola per cui evito di ripetermi. Condivido il senso, però non immagino nessuna graduatoria di merito né commissioni di valutazioni.
      Sul premio per la didattica: ci vorrebbe davvero, almeno per contrastare la sensazione che conti solo la ricerca e l’insegnamento sia un hobby per chi ha tempo da perdere. Però, d’altra parte, di questa mentalità ipercompetitiva siamo tutti un po’ stanchi e forse trovare altre forme per valorizzare l’impegno didattico potrebbe essere meglio. Ma che vada valorizzato (molto) di più non c’è dubbio…

      Risposta
  • ottobre 21, 2017 in 5:10 pm
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    Caro Enrico, cari tutti,
    a mio avviso non avrebbe molto senso che nella distribuzione di fondi di ricerca, seppur estremamente limitati, non venga tenuto in nessun conto una qualche “efficienza” dei ricercatori. Da questo punto di vista l’idea di fondo di Luigi Badalucco mi pare assolutamente ragionevole: una quota a pioggia, perchè ognuno di noi ha pur diritto alla sopravvivenza, ed una quota direttamente legata al “merito”. Il problema, almeno per me, è immaginare una definizione ragionevole di “merito” visto che anch’io, come tanti altri colleghi, non apprezzo per nulla la deriva bibliometrica da cui, oramai, sembra non ci si possa liberare. Va anche detto, però, che l’idea che ci sia un qualche meccanismo che stimoli il ricercatore poco attivo a fare ciò per cui, almeno in parte, riceve anche uno stipendio a me non sembra una pazzia. E criteri bibliometrici possono essere una via, almeno se usati cum grano salis. Certamente le procedure di attribuzione dei fondi devono essere semplici. Anzi: più che semplici! Personalmente sono convinto che stiamo pagando adesso tante leggerezze commesse (soprattutto) nel passato, quando la ricerca veniva spesso vista come “accessoria” nella vita lavorativa del docente universitario, e non sua parte integrante.

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  • ottobre 23, 2017 in 8:24 am
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    Caro Enrico ,
    concordo con quanto espresso circa la possibilità di distinguere nella nuova ipotesi di assegnazione FFR una quota a “pioggia”, che garantisca il minimo per acquisto PC o altra dotazione minimale necessaria per la ricerca e una quota che tenga conto del “merito” e quindi anche di quanti lavori di qualità sono prodotti nel periodo di valutazione. Gli esempi fatti sul calcolo del contributo mi sembrano abbastanza chiari e il criterio che li sostiene equilibrato. Concordo con quanti sostengono l’inutilità di costruire procedure lunghe e farraginose per l’assegnazione di tali fondi e ritengo interessante una procedura snella, come quella proposta da te in cui il calcolo della quota FFR sarebbe automatico in base ai lavori inseriti in apposita piattaforme (mi auguro IRIS…).
    Ritengo però essenziale che le regole di assegnazione siamo uguali a quelle di effettiva fruizione, in altri termini non concordo con fatto che le risorse, date secondo certe regole, vengano assegnate ai dipartimenti e poi questi formulino altre regole per la loro distribuzione interna.
    Ritengo infine non praticabile il suggerimento di coinvolgere ricercatori che abbiano avuto una performance non buona in VQR nelle ricerche di altri gruppi che invece hanno avuto “voti ” migliori. L’interdisciplinarietà è il sale della ricerca ma è ispirata ad altri criteri che sono ovviamente quelli della competenza e della completezza delle conoscenze nel progetto che sta alla base di una pubblicazione scientifica.
    saluti

    Risposta
  • ottobre 27, 2017 in 3:45 pm
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    Caro Enrico,

    ti ringrazio per avere reso pubblica la tua opinione su una questione così importante come la distribuzione dell’FFR. Concordo con le tue premesse e con i tuoi propositi che mi sembrano non solo scientificamente ma anche democraticamente utili in vista di una auspicabile futura crescita dell’Ateneo nella sua interezza. I punti di forza del tuo ragionamento in particolare mi sembrano i seguenti: a) si deve mirare ad impostare adesso una strategia di crescita, che tenga conto delle eccellenze dell’Ateneo ma che non marginalizzi e, ove possibile, recuperi alla ricerca di qualità quei docenti/ricercatori e quelle aree scientifiche/disciplinare che per vari motivi sono stati sinora meno partecipi e meno coinvolti; b) il fondo deve essere ripartito in base al merito.
    In tal senso, mi pare, va benissimo privilegiare i cosiddetti “prodotti VQR”, purché essi non si limitino ai prodotti di fascia A e alle monografie (per settori non bibliometrici) o ai prodotti collocati nei quartili superiori (per prodotti bibliometrici), perché in questo modo si escluderebbero molti altri prodotti della ricerca di alto livello nazionale e internazionale, per cui avanzo la proposta che tra i prodotti da valutare preferibilmente vengono inserite tutte quelle pubblicazioni (di vario tipo, quindi anche articoli su volume, atti di convegni, articoli su rivista) che prevedono una valutazione peer reviewed. Credo che questo possa essere un criterio più estensivo, benché egualmente riconosciuto a livello internazionale per valutare il merito dei prodotti scientifici e per elevare il livello della nostra comune VQR.
    Ti ringrazio per l’attenzione che vorrai riservare alle mie osservazioni, ti auguro buon lavoro e mi complimento per la tua attività.

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